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LE DISCARICHE MARINE DELLE ARMI CHIMICHE
PROVOCANO ANCORA MORTI E SOFFERENZE AD UMANI E ANIMALI: Erano 11 le “fabbriche di stato” nel periodo
fascista che producevano armi e veleni per il conflitto mondiale. 30.000 tonnellate di gas più duecentomila
bombe americane scaricate nel mare. Davanti a Pesaro 3.200 bombe cariche di
iprite. A bari e Molfetta armi e bombe sono ancora nei fondali. Lo stesso a Ischia. Ordigni di morte mai recuperate e ancora da
bonificate le fabbriche in disuso. (il video)
http://www.youtube.com/watch?v=AOkhXZYcZ3A
Armi chimiche, il mostro di Molfetta
La
denuncia dei pescatori: i lavori per il porto dello scandalo hanno disperso in mare il veleno delle testate belliche. Scaricate lì
in quantità colossale dal 1943 in poi. E ancora oggi letali
di Gianluca
Di Feo
Gli assurdi lavori per il porto di Molfetta, un'opera colossale piantata in
un golfo incantevole con una
piccola flotta di pescherecci, hanno risvegliato un mostro.
In quei fondali
infatti giace una delle più grandi discariche mondiali di ordigni. Inclusa una quantità record di armi chimiche, che mantengono attiva
la loro potenza velenosa anche sott'acqua.
E che – stando alle accuse documentate dai
comitati ambientalisti e dalle associazioni di pescatori pugliesi – sono state liberate
alla fine del 2007 proprio dagli scavi per i pontili di cemento del nuovo porto,
un'opera da 150 milioni di euro fortemente voluta da Antonio Azzolini, allora
sindaco della cittadina e oggi senatore del Pdl.
Mentre il mondo si è mobilitato per
mettere in sicurezza i gas del regime siriano, l'esistenza in quella fascia di Adriatico
di enormi quantità di testate colme di sostanze devastanti continua a essere
ignorata dalle autorità. Lì dal dicembre 1943 ai primi anni
Cinquanta americani e inglesi hanno gettato tutti i residui degli arsenali
usati per la guerra in Italia. Munizioni d'ogni tipo: dai proiettili
d'artiglieria ai razzi controcarro. L'eredità più pesante è quella della 15ma
Air Force statunitense, la gigantesca flotta di quadrimotori schierata in 24
aeroporti pugliesi per colpire i territori meridionali del Terzo Reich: in
diciotto mesi sganciò 300 mila tonnellate di bombe. Alla caduta di Berlino però
nei depositi sparsi tra Foggia e Taranto c'erano ancora decine di migliaia di
testate. E soprattutto era rimasta l'intera scorta di armi chimiche accumulata
nell'eventualità di una rappresaglia contro la Germania: migliaia di ordigni
carichi di arsenico, iprite, fosgene e altri gas letali.
Questo carico devastante è stato gettato
in una colossale discarica
sottomarina a largo di Molfetta. Molte armi sono finite nel porto o
nei bassi fondali a poche centinaia di metri dalla costa. L'operazione pulizia infatti venne affidata
soprattutto a ditte locali che, per risparmiare carburante o a causa di
incidenti nel trasporto delle ogive contaminate, spesso le scaricò in prossimità del porto. I primi
affondamenti risalgono al dicembre 1943, all'indomani del disastro di Bari.
Nel
capoluogo un raid a sorpresa della Luftwaffe distrusse 19
mercantili alleati: una nave americana – la John
Harvey – era piena di bombe all'iprite,
che scatenarono
nelle acque e nel cielo della città un'onda di sostanze che bruciavano la pelle,
intossicavano
il sangue e distruggevano i polmoni. La
strage chimica venne tenuta segreta per esplicito ordine di Winston Churchill.
Le bombe americane inesplose furono recuperate e
trasferite a Molfetta: la prima di tante operazioni misteriose,
proseguite per mesi e mesi. Gli ordigni
si sono dispersi nei fondali, disperdendo il veleno in una vasta zona. Spesso finivano nelle rete dei pescatori: tra il 1946 e
il 1995 ben 232 persone sono state vittime dei gas. Il male invisibile si è diffuso nella flora e nella fauna
sottomarina, come ha dimostrato nel 1996 la ricerca
dell'Icram coordinata dal professor Ezio Amato: sono state riscontrate persino mutazioni
genetiche in alcuni pesci rimasti a contatto dell'iprite.
Come ha dichiarato il professor Amato:
«I pesci dell'Adriatico sono
particolarmente soggetti all'insorgenza tumori, subiscono danni all'apparato
riproduttivo, sono esposti a vere e proprie mutazioni genetiche che
portano a generare esemplari mostruosi». Monitorando un rettangolo di cinque miglia per due al largo di
Molfetta gli
esperti hanno individuato ben 102 “possibili ordigni”. Solo sedici sono
stati ispezionati e undici erano proprio bombe all'iprite.
Stando alle denunce dei comitati locali,
questo mostro è
stato risvegliato proprio dai lavori per il nuovo porto. Il cantiere è partito
a grande velocità alla fine del 2007, con una bonifica dei fondali altrettanto rapida.
Nei mesi
successivi i pescatori hanno cominciato a segnalare la presenza nelle reti di
liquidi misteriosi, che provocavano
svenimenti e le ferite tipiche dell'iprite. Analisi effettuate
sul sangue dei pescatori hanno accertato
la presenza di sostanze provenienti dalle testate belliche delle armi chimiche
come lewsite,
adamsite e arsenico.
A quel punto è intervenuta la Marina
Militare, con una campagna di bonifica affidata ai sommozzatori del
Comsubin: in meno di due anni hanno neutralizzato 68 mila ordigni d'ogni genere,
incluse una «piccola
percentuale» di testate chimiche. Distinguere però un proiettile e
una bomba chimica da quelle caricate con normale esplosivo è difficile, se non
impossibile. Gran
parte delle 68 mila bombe sono state fatte esplodere in mare, ripulendo però un'area di soli
250 mila metri quadrati a ridosso del porto.
Mentre le discariche più grandi e pericolose sono segnalate a
circa 35 miglia dalla costa. Di fronte a Torre Gavettone, uno dei siti più
suggestivi del litorale, c'è un cimitero di
ordigni imprigionati in una colata di cemento: nonostante i divieti di balneazione e persino di sosta, ogni estate la
zona è affollata di bagnanti, incuranti del rischio chimico.
La caccia all'arsenale sottomarino continua. L'elenco delle munizioni neutralizzate
nei primi sei mesi del 2012 è lungo quindici pagine. C'è di tutto: razzi, mine,
bombe d'aereo e da mortaio. E i pescatori continuano a denunciare malattie e tumori senza
spiegazione, che colpiscono all'improvviso persone giovani e sane.
Le loro segnalazioni sono confluite nelle istanze del Comitato nazionale
bonifica armi chimiche www.velenidistato.it , che cerca invano l'attenzione del
Parlamento e dei governi per fare luce sugli arsenali letali sepolti nel mare
e nei terreni di tante località italiane,
da Pesaro al Lago di Vico, da Ischia a Melegnano.
07 ottobre
2013