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venerdì 7 novembre 2014

ITALIA - UNO STATO (POPOLO E ISTITUZIONI), INEDUCATO AI VALORI DELLA VITA, DELLA DIGNITA’ E DELLA MORTE


Perché il suicidio di Brittany non è indegno 
come dice il Vaticano

“Il suicidio assistito è un’assurdità perché la dignità è altra cosa che mettere fine alla propria vita.” Le gravi parole di Mons. Carrasco de Paula, presidente della Pontificia Accademia per la vita, nel severo commento alla vicenda di Brittany Maynard, meritano qualche riflessione. Innanzitutto, definire un’assurdità il suicidio significa ignorare deliberatamente un’illustre tradizione filosofica – la stoica – che rivendica il suicidio razionale come scelta doverosa da parte del saggio che non si sente più all’altezza del suo compito. Certo, si tratta di un pensiero che l’etica cristiana condanna in base al principio che la vita è un dono divino di cui l’uomo non può disporre. Il suicidio – ci è stato insegnato – è un peccato mortale: l’entrare nell’esistenza come l’uscirne non è nel diretto dominio dell’uomo, ma solo di Dio.
E tuttavia, che ci piaccia o no, è in nome della propria dignità che Brittany ha deciso di darsi la morte. C’è la dignità, rispettabilissima, di chi decide di sopportare la sofferenza fino all’estremo limite, in una volontaria espiazione o nell’abbandono fiducioso al volere divino, ma c’è quella, altrettanto rispettabile di chi rifiuta ogni concezione doloristica e in nome della propria autonomia,decide di prendere congedo dalla vita, “senza arrecar danno ad alcun altro”. Parole del filosofo David Hume, un moderno difensore del suicidio come atto di libertà. Ed è appunto un atto di libertà quello che ha compiuto Brittany, una decisione consapevolmente assunta. Ne conosciamo la storia: quella di una giovane donna che scopre di avere un tumore al cervello, si sottopone ad un intervento chirurgico che non riesce però a fermare la progressione del male e che, in assenza di ogni opzione di cura, decide di porre termine alla propria vita, sostenuta pienamente dalla famiglia e dal marito. Si trasferisce in Oregon, paese che consente il suicidio assistito, e , accompagnata dal medico, si consegna alla morte.“Non c’è una sola cellula del mio corpo che vuole morire – ha scritto -.voglio vivere. Proprio per questo, però, dovendo morire, ho deciso di farlo alle mie condizioni.”
A differenza di altri casi assai controversi, come quello ad esempio di Eluana Englaro, la vicenda di Brittany è estremamente limpida. Ci troviamo infatti dinanzi a una richiesta esplicita di eutanasia volontaria, una richiesta che proviene da una persona maggiorenne, nel pieno possesso delle sue facoltà, fermamente determinata nella sua scelta, che chiede di essere aiutata a morire. Qual è il timore? Che la richiesta di eutanasia di Brittany possa diventare un’eutanasia di stato, che da scelta personale si trasformi in una sorta di obbligo collettivo, un modello che saremo tutti invitati a seguire? Ancora una volta si deve constatare che parole come eutanasia – o, in altri contesti, eugeneticaportano con sé una carica ideologica così forte da evocare irresistibilmente i fantasmi del passato, del nazismo, della morte imposta a soggetti ritenuti indegni di vivere.
 Chi intenda resistere alla tentazione, fin troppo praticata nel dibattito bioetico, del cosiddetto ‘piano inclinato’, - ovvero ‘di questo passo, dove andremo a finire?-, potrebbe infine, interrogarsi sul ruolo del medico nel suicidio assistito. Argomento di straordinaria delicatezza e complessità che dovremmo tuttavia, anche nel nostro paese, cominciare ad affrontare pensando – perché no? – al grande Bacone. Il quale ammetteva l’eutanasia e riteneva che il medico, in talune condizioni, dovesse avere anche la possibilità di aiutare a morire, predisponendo tutto in modo che il transito avvenisse nella maniera meno dolorosa possibile. Una proposta indecente? Una provocazione scandalosa? Si ricorderà che, qualche anno fa, il presidente della repubblica, intervenendo sul caso Welby, aveva posto al Parlamento il problema del diritto di ciascuno di poter decidere della fine dignitosa della propria vita. In tal modo si era evidenziata la necessità di un incontro tra piano istituzionale ed esistenza umana: l’esigenza, in altri termini, di una politica sensibile alle richieste personali degli individui e attenta ai loro bisogni esistenziali più profondi. Una politica in cui si parli di ben vivere e, quindi, anche di ben morire.
Luisella Battaglia
Membro del Comitato Nazionale per la Bioetica

Il Secolo XIX  5 novembre 2014 Prima pagina -  Il commento

venerdì 27 aprile 2012

Il diritto personalissimo di scegliere come e quando morire non trova posto nella generalità dei varesini che si ritengono devoti al loro presunto dio che deciderà per loro


Da: lettere al direttore di Varesenews

VARESINI ILLUSI D’IMMORTALITÀ

Lunedì 23 aprile 2012 al salone estense di via Sacco a Varese si è svolto un “intenso e aperto” incontro con discussione sul diritto di vivere e di morire, con la partecipazione di Peppino Englaro, noto padre dell’ancor più nota Eluana. Nell’occasione è stato presentato il libro “Liberi di morire” del giornalista Carlo Troilo. L’evento, organizzato da UAAR, Ass. Luca Coscioni, ARCI e con ingresso libero, ha approfondito i diversi e delicati aspetti della medicina, del dolore, della morte e delle relative scelte disponibili per i malati terminali; il tutto ottimamente presentato con interventi competenti, coinvolgenti e con quel tanto di polemico e di sanguigno che si meritano il perbenismo o l’apatia politica e morale imperanti. Gli esperti, perfettamente moderati da Antonio d’Eramo, hanno evidenziato la latitanza, che diventa arretratezza, incompetenza e colpa della nostra attuale legislazione. Da noi non è ancora consentito alcun testamento biologico e alcun tipo “ufficiale” di eutanasia. Dunque nessuno può legalmente decidere oggi (per quando non potrà decidere domani) quale dovrà essere il comportamento delle istituzioni e dei parenti, sia nel caso che voglia il distacco oppure il mantenimento dei macchinari sul suo corpo ormai incosciente. Nella gran parte dei paesi europei e non solo, già si dispone a riguardo di una qualche legge, che, tutelando pienamente la liberta del singolo, prevede il rispetto delle sue decisioni, chiaramente scritte e firmate in piena coscienza. Accertato l’alto valore dell’incontro, non si capisce perché lo stesso non sia stato “fruito” in massa, visto che la platea non è andata oltre le quaranta persone. Pur non trovando alcun motivo valido (se non una lieve carenza informativa) per tanto disinteresse, che considero a dir poco scandaloso, provo a proporne almeno due non so se più patetici o più vergognosi e in ogni caso inammissibili. Il primo è l’avversione epidermica di larga parte di varesini verso le iniziative di pensiero e di cultura, che diventa puro ribrezzo se “sanno” di comunismo (Arci), di radicalismo o di ateismo (Uaar). Il secondo, ben più decisivo visto l’argomento, è che la stragrande maggioranza dei varesini (ottantamila cittadini più qualche centinaio di migliaia di provinciali contro quaranta) ha disertato perché si considera esente da tali problemi, giacché ritiene evidentemente di essere assolutamente ….. immortale.

guido.martinoli@libero.it