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giovedì 7 gennaio 2016

UNA SCELTA DI LAICITA' DA NORMARE L'eutanasia spiegata in 3 minuti








UNA SCELTA DI LIBERTA' E APPLICAZIONE DI
LAICITA'
, NEGATA DA PARLAMENTO E CHIESA CATTOLICA, ALLE MIGLIAIA DI
CITTADINI CHE L'HANNO RICHIESTA, CON FIRMA DI PARTECIPAZIONE ALL'INIZIATIVA
LEGISLATIVA, DEPOSITATA FIN DAL 2013. 


Continuiamo a firmare e a sostenere la
richiesta affinché i cittadini italiani 

NON SI SENTANO SCHIAVI DEI POTERI FORTI E OPPRESSI 
nel loro diritto alla dignità, 
prevista dalla più avanzata Costituzione del mondo e 
ancora disapplicata dopo quasi 70 anni.

venerdì 7 novembre 2014

ITALIA - UNO STATO (POPOLO E ISTITUZIONI), INEDUCATO AI VALORI DELLA VITA, DELLA DIGNITA’ E DELLA MORTE


Perché il suicidio di Brittany non è indegno 
come dice il Vaticano

“Il suicidio assistito è un’assurdità” perché “la dignità è altra cosa che mettere fine alla propria vita.” Le gravi parole di Mons. Carrasco de Paula, presidente della Pontificia Accademia per la vita, nel severo commento alla vicenda di Brittany Maynard, meritano qualche riflessione. Innanzitutto, definire un’assurdità il suicidio significa ignorare deliberatamente un’illustre tradizione filosofica – la stoica – che rivendica il suicidio razionale come scelta doverosa da parte del saggio che non si sente più all’altezza del suo compito. Certo, si tratta di un pensiero che l’etica cristiana condanna in base al principio che la vita è un dono divino di cui l’uomo non può disporre. Il suicidio – ci è stato insegnato – è un peccato mortale: l’entrare nell’esistenza come l’uscirne non è nel diretto dominio dell’uomo, ma solo di Dio.
E tuttavia, che ci piaccia o no, è in nome della propria dignità che Brittany ha deciso di darsi la morte. C’è la dignità, rispettabilissima, di chi decide di sopportare la sofferenza fino all’estremo limite, in una volontaria espiazione o nell’abbandono fiducioso al volere divino, ma c’è quella, altrettanto rispettabile di chi rifiuta ogni concezione doloristica e in nome della propria autonomia,decide di prendere congedo dalla vita, “senza arrecar danno ad alcun altro”. Parole del filosofo David Hume, un moderno difensore del suicidio come atto di libertà. Ed è appunto un atto di libertà quello che ha compiuto Brittany, una decisione consapevolmente assunta. Ne conosciamo la storia: quella di una giovane donna che scopre di avere un tumore al cervello, si sottopone ad un intervento chirurgico che non riesce però a fermare la progressione del male e che, in assenza di ogni opzione di cura, decide di porre termine alla propria vita, sostenuta pienamente dalla famiglia e dal marito. Si trasferisce in Oregon, paese che consente il suicidio assistito, e , accompagnata dal medico, si consegna alla morte.“Non c’è una sola cellula del mio corpo che vuole morire – ha scritto -.voglio vivere. Proprio per questo, però, dovendo morire, ho deciso di farlo alle mie condizioni.”
A differenza di altri casi assai controversi, come quello ad esempio di Eluana Englaro, la vicenda di Brittany è estremamente limpida. Ci troviamo infatti dinanzi a una richiesta esplicita di eutanasia volontaria, una richiesta che proviene da una persona maggiorenne, nel pieno possesso delle sue facoltà, fermamente determinata nella sua scelta, che chiede di essere aiutata a morire. Qual è il timore? Che la richiesta di eutanasia di Brittany possa diventare un’eutanasia di stato, che da scelta personale si trasformi in una sorta di obbligo collettivo, un modello che saremo tutti invitati a seguire? Ancora una volta si deve constatare che parole come eutanasia – o, in altri contesti, eugenetica – portano con sé una carica ideologica così forte da evocare irresistibilmente i fantasmi del passato, del nazismo, della morte imposta a soggetti ritenuti indegni di vivere.
 Chi intenda resistere alla tentazione, fin troppo praticata nel dibattito bioetico, del cosiddetto ‘piano inclinato’, - ovvero ‘di questo passo, dove andremo a finire?’-, potrebbe infine, interrogarsi sul ruolo del medico nel suicidio assistito. Argomento di straordinaria delicatezza e complessità che dovremmo tuttavia, anche nel nostro paese, cominciare ad affrontare pensando – perché no? – al grande Bacone. Il quale ammetteva l’eutanasia e riteneva che il medico, in talune condizioni, dovesse avere anche la possibilità di aiutare a morire, predisponendo tutto in modo che il transito avvenisse nella maniera meno dolorosa possibile. Una proposta indecente? Una provocazione scandalosa? Si ricorderà che, qualche anno fa, il presidente della repubblica, intervenendo sul caso Welby, aveva posto al Parlamento il problema del diritto di ciascuno di poter decidere della fine dignitosa della propria vita. In tal modo si era evidenziata la necessità di un incontro tra piano istituzionale ed esistenza umana: l’esigenza, in altri termini, di una politica sensibile alle richieste personali degli individui e attenta ai loro bisogni esistenziali più profondi. Una politica in cui si parli di ben vivere e, quindi, anche di ben morire.
Luisella Battaglia
Membro del Comitato Nazionale per la Bioetica

Il Secolo XIX  5 novembre 2014 Prima pagina -  Il commento

giovedì 26 settembre 2013

Dietro il massacro dei cani in Romania c'è UN AFFARE ECONOMICO con i fondi della UE


25 SETTEMBRE 2013

Romania, approvata la legge: randagi catturati e uccisi dopo 14 giorni

Il paese europeo nello spazio di una mattinata, quella odierna, è tornata al suo passato più remoto. Ignorando l’appello di decine di associazioni di tutta Europa.
E’ durata solo quattro ore la seduta della Corte Costituzionale rumena che doveva esprimersi sulla legge “ammazza randagi” approvata dalla Camera dei Deputati lo scorso 10 settembre.
Davanti alla Corte centinaia di manifestanti attendevano il verdetto dall’alba.
Intorno alle 11.35 (ora italiana) le agenzie hanno lanciato la notizia: la legge è costituzionale e quindi i randagi rumeni verranno catturati e uccisi dopo 14 giorni.

Randagio in un canile romeno

Il provvedimento riporta la Romania al 2001, quando un Decreto Legge diede il via ad una mattanza che solo a Bucarest fece 144.000 vittime, mentre a livello nazionale le cifre non sono mai state rese disponibili ma sono spaventose, visto il numero enorme di randagi presenti sul territorio.

Mangalia, Romania: l'ennesimo massacro di randagi

“Nel giro di 2-3 anni l’Europa emanerà senza dubbio una Direttiva sugli animali da compagnia – spiega la presidente di Save the Dogs, Sara Turetta, che da dodici anni si batte perché i randagi in Romania vengano sterilizzati e messi in adozione. Non barbaramente uccisi.
“A quel punto”, aggiunge,” la Romania sarà costretta a rivedere comunque questa legge barbara e senza senso. L’OMS e l’OIE hanno ripetutamente bocciato le uccisioni di massa come metodo per contenere il randagismo, ma i politici rumeni continuano volutamente ad ignorare queste indicazioni. E’ un comportamento inspiegabile, destinato a far soffrire non solo milioni di cani randagi ma anche a creare enormi tensioni sociali tra gli amanti degli animali e coloro che si improvviseranno “giustizieri fai da te”. “Inutile  l’incontro di lunedì scorso fra l’ambasciatrice di Romania a Roma, Dana Constantinescu, la stessa Turetta e Carla Rocchi dell’Enpa. Inascoltati anche i richiami rivolti al Governo rumeno da numerosi europarlamentari, fra cui il trevigiano Andrea Zanoni, vicepresidente del gruppo per il Benessere animale, dalle più grandi organizzazioni animaliste del mondo (tra cui IFAW, Human Society e WSPA) e dalla stessa cancelliera tedesca Angela Merkel, che nei giorni scorsi ha avuto parole di critica nei confronti della nuova legge.
Inutile anche l’appello di 300 esponenti di spicco della società rumena (cantanti, attori, intellettuali) che si sono schierati contro il provvedimento.

Sara Turetta partirà nei prossimi giorni alla volta della Romania per verificare la volontà delle amministrazioni di Cernavoda e Medgidia, dove l’associazione opera da molti anni anche con un rifugio all’avanguardia, Footprints of Joy inaugurato proprio un anno fa, a proseguire con i progetti portati avanti.

Perché la Romania continua a combattere  il randagismo in questo modo incivile?
Perché non ascolta le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha dichiarato scientificamente valida solo la sterilizzazione?

Il problema, come molti problemi di questo paese, risale alla dittatura di Nicolae Ceauşescu che aveva voluto cambiare il volto delle città sostituendo le tradizionali casette con giardino con blocchi condominiali.

In quegli anni, e fino alla caduta e all’uccisione del dittatore nel dicembre 1989, migliaia di cani vennero abbandonati in massa. Quasi nessuno era sterilizzato, si riprodussero e la situazione divenne in qualche anno fuori controllo.

Secondo alcune associazioni, uccidere i cani randagi in Romania nutre un giro di affari di milioni di euro. I primi a guadagnarci sono gli accalappiacani, che, denunciava qualche anni fa Il Fatto Quotidiano, a Bucarest per non prendere i cani protetti da una comunità chiedono 25 euro.

Poi ci sono le spese per dare asilo, nutrire, sterilizzare, identificare, eventualmente uccidere tramite l’eutanasia e incenerire i cani dei canili municipali. La gestione dei canili è affidata ad aziende che chiedono cifre molto alte anche se non curano né nutrono gli animali.

Ecco quanto scriveva nel 2011 la collega Enrica Garzilli del Fatto Quotidiano: “Le associazioni animaliste denunciano che ci sarebbe una specie di associazione a delinquere, con la spartizione dei profitti fra i politici e i loro partner commerciali. Al top delle aziende controverse è la Protan, specializzata nell’eliminazione e smaltimento dei cani, accusata nel 2007 di aver buttato 47 tonnellate di carcasse di animali nella periferia di Bucarest.
Il costo medio della cremazione di un cane in Romania, incluso il trasporto, è di circa 15 euro e viene calcolato a chilo. Sulla carta il chilo si moltiplica misteriosamente fino a decuplicarsi. Questo significa che i 2 milioni di cani randagi che verrebbero uccisi con la legge PL 912 farebbero guadagnare alle aziende dai 30 ai 300 milioni di euro. Significa anche che questa cifra può essere guadagnata solo se i cani vengono presi e cremati oppure vengono cremati nei canili, dove possono venire uccisi legalmente per malattia oppure vengono ridotti alla fame, guadagnando anche sul cibo.

Secondo un calcolo di Helping Animals Romania in dieci anni il randagismo non solo non è migliorato, ma è aumentato. E i profitti sono alle stelle.

A Bucarest nel periodo 2001-2007 sono stati spesi quasi 9 milioni di euro per uccidere 144.000 cani (62 euro a capo).

Ad Arad nel periodo 2008-2010 sono stati uccisi 2.986 cani per 308.048 euro, cioè una media di oltre 103 euro ad animale,
a Slatina nel periodo 2008-2010 sono stati uccisi 1.111 cani spendendo 205.500 euro, quasi 185 euro a cane, 
a Brasov nel periodo 2003-2008 sono stati uccisi 20.000 cani, per una cifra di 1,45 milioni di euro (72 euro a cane),
a Constanta nel periodo 2008-2010 sono stati uccisi 20.000 cani per la cifra di 1,5 milioni di euro (75 euro a cane).

Il risultato delle stragi è che i cani randagi sono aumentati.
La sterilizzazione invece costa solo 20-25 euro a cane. Forse questo è il motivo perché politici e aziende non hanno interesse perché il randagismo sia interrotto”.
Se volete approfondire:
 25 settembre 2013


http://zoelagatta-d.blogautore.repubblica.it/2013/09/25/romania-approvata-la-legge-randagi-catturati-e-uccisi-dopo-14-giorni/

domenica 4 dicembre 2011

EUTANASIA DI LUCIO MAGRI - DON GALLO: L'UOMO NON DEVE GIUDICARE E NEMMENO I SACERDOTI




Don Gallo, fondatore della comunità di San Benedetto al Porto di Genova
   
Suicidio assistito di Lucio Magri, Don Gallo: 
"Non giudico ma gli avrei chiesto di non morire"
di Paolo Salvatore Orrù

 “Di fronte a una decisione di questo tipo non si possono dare giudizi: si può solo riflettere sul mistero della vita”, don Andrea Gallo, fondatore e animatore della comunità di San Benedetto al Porto di Genova, è stato un grande amico di Lucio Magri, l’ex dirigente della DC e del PCI, uno dei fondatori del Manifesto che ha deciso di trasferirsi in una clinica Svizzera per porre fine alla sua esistenza con il suicidio assistito. Un decisione estrema, che ripropone il drammatico dilemma dell’eutanasia.

Don Gallo, Lucio Magri è stato un politico fino in fondo: con il suo gesto estremo ha riproposto un tema drammatico come quello dell’eutanasia.
“Di recente ho parlato con Lucio, un uomo con una storia eccezionale, un cattolico con un percorso travagliato: lui veniva dai gruppi giovanili della DC di Bergamo. L’ho conosciuto lì con Valentino Parlato, con Luciana Castellina e molti altri del Manifesto: credo di essere stato uno dei primo ad aver comprato la rivista. Lui veniva da una cammino di riflessione: era vicesegretario regionale della DC in Lombardia, quando fu espulso dal partito di Don Sturzo a causa delle sue idee anticapitaliste. Fu allora che cominciò ad avvicinarsi, con qualche remora, al PCI, dove subì la seconda espulsione. Che dire, lo conoscevo bene, se mi avesse chiesto un consiglio gli avrei consigliato di rispettare la sua grande vita. Oltretutto, ha lasciato esterrefatti i parenti, gli amici, la sua nipotina. L’avrei esortato a non compiere un gesto così drammatico”.

Lei, ovviamente, non pensa che un uomo possa dire: adesso basta.
“Lucio, come l’altro grande mio amico Mario Monicelli, hanno tutto il mio rispetto. Lucio, forse, per timidezza non ha voluto che il suo sangue macchiasse un selciato. Mi sarebbe piaciuto parlargli. Lo lascio nelle mani del Grande Amore, l’Amore che non giudica, l’Amore che ama. Non giudico neppure io: non spetta ad un uomo e nemmeno a un sacerdote dare giudizi”.

La vita a volte diventa insopportabile
“Mi ricordo di mia mamma, quando ha lasciato la vita terrena aveva 99 anni, non era malata. Un giorno chiamò mio fratello e me e disse: ho deciso parto. Stava male, ci chiese di non chiamare nessun medico e stette lì con il rosario in mano per qualche giorno. Un giorno mi chiamò mio fratello: “La mamma si è ficcata in letto”, mi informò. Noi siamo andati da lei, lei ci ha salutato tutti. Le chiesi: vuoi acqua o preferisci un goccio di moscato. “Moscato”, rispose. Dico questo, perché lascio Lucio nelle mani del Dio Amore. L’uomo deve rispettare tutti. Per queste mie convinzioni sono stato richiamato dai vescovi, quando in tivù detto le stesse cose per Mario Monicelli. La laicità è questa, mica è quella della senatrice Binetti. Sono sicuro che Lucio era consapevole che ci avrebbe lasciato nel dolore. Ma io dico: dobbiamo lottare per la vita”.

29 novembre 2011