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domenica 2 febbraio 2014

LA SPERIMENTAZIONE CON ANIMALI NON AIUTA GLI ESSERI UMANI MA NE PREGIUDICA IL BENESSERE E LA SALUTE.





ECCO PERCHE' LA SPERIMENTAZIONE ANIMALE PREGIUDICA
LA SALUTE DEGLI ESSERI UMANI
 
"Quanti esseri umani sarebbero guariti e sarebbero vivi, oggi, se al posto degli animali avessimo utilizzato metodi di sperimentazione attendibili? Metodi effettivamente in grado di predire gli eventuali effetti avversi e l'efficacia dei rimedi? E' impossibile non chiederselo...".

Aysha Akhtar, Laureata alla Eastern Virginia Medical School, specializzata in Neurologia e in Medicina Preventiva, lavora per l'Ufficio Contro Terrorismo e Minacce Emergenti della FDA americana e per il Public Health Service degli Usa (http://www.ayshaakhtar.com/about).

Blogger del settore Scienze dell'Huffington Post, in questo articolo Akhtar spiega in quante situazioni (tre quelle più importanti) la sperimentazione sugli animali non solo non aiuta gli esseri umani ma ne pregiudica il benessere e la salute.

Ecco l'articolo: "Vostra figlia dodicenne è in partenza per un campeggio estivo e per la prima volta viaggia in aereo da sola. Ma la lascereste salire su quell'aereo sapendo che le probabilità che arrivi senza incidenti a destinazione sono inferiori al 10%? Se la risposta è no, allora dovete chiedervi per quale motivo accettiamo percentuali di rischio analoghe quando invece si tratta di sperimentazione animale.

Dopo avere superato i test sugli animali, tutti i nuovi farmaci devono obbligatoriamente entrare nella fase dei trial clinici sull'uomo. Ebbene, chiunque partecipi come volontario a uno di questi trial clinici deve sapere che nel 90% dei casi e oltre il rimedio dimostratosi efficace e sicuro sugli animali si rivelerà invece inefficace o addirittura pericoloso su di lui.

In una precedente serie di articoli ho cercato di spiegare perché la sperimentazione animale non funziona.

Un fallimento in questo campo ci costa molto più caro che in ogni altro settore scientifico, e reca danno a noi esseri umani in tre modi diversi ma egualmente importanti.

PRIMO - I test di sicurezza condotti sugli animali ci possono danneggiare in modo diretto
Nel marzo 2006, a sei volontari umani fu somministrata una dose di TGN 1412, una terapia sperimentale creata dalla società TeGenero. Come racconta il giornale online Slate: "Nel giro di pochi minuti, i sei volontari giacevano a terra in preda a collasso. Il composto era stato concepito per attenuare la risposta immunologica, mentre in realtà l'aveva magnificata, scatenando una serie di reazioni chimiche a catena che mandarono tutti e sei i volontari dritti all'ospedale. Per diversi di loro il danno agli organi interni è risultato irreversibile, e la testa di uno di loro s'è gonfiata in modo talmente orrendo che i tabloid inglesi hanno ribattezzato il caso "the Elephant Man trial"". Il TGN 1412 era stato testato sui topi, sui conigli, sui ratti e sulle scimmie senza che venisse riscontrato alcun effetto avverso. Come se non bastasse, le scimmie cynomolgus usate negli esperimenti erano state scelte proprio perché si riteneva che replicassero le reazioni umane che costituivano l'obiettivo del nuovo rimedio TGN 1412 (1).
Insomma, non solo nei test erano state usate diverse specie animali ma tra queste erano state scelte le specie che si pensava fossero più idonee allo scopo. Non soltanto le scimmie erano state sottoposte a diversi test di tossicità a dose ripetuta ma per quattro settimane consecutive gli erano state somministrate dosi 500 volte più grandi di quelle in seguito somministrate ai volontari umani. E malgrado ciò, nessuna di loro aveva accusato nessuna delle reazioni avverse che colpirono gli uomini pochi minuti dopo aver ricevuto una minuscola dose del rimedio in regime di trial.
Il caso del TGN 1412 esemplifica fino a che punto siano inaffidabili gli esperimenti animali destinati a verificare se un composto o un nuovo rimedio saranno sicuri per l'uomo.

Ecco alcuni altri esempi di test animali che hanno causato gravi danni all'uomo:
Ø  Nel 2004, Elan Pharmaceuticals fu costretta a interrompere i trial per un vaccino per l'Alzheimer che aveva ottimamente curato i modelli di "topo Alzheimer", perché la sostanza aveva determinato l'infiammazione del cervello negli umani (2).
Ø  Una terapia genica fortemente reclamizzata perché aveva curato cani affetti da emofilia fu abbandonata perché aveva danneggiato il fegato e indotto altri problemi negli umani, problemi mai emersi negli esperimenti animali.
Ø  Un trial clinico sulla fialuridina, giudicata un promettente rimedio per l'epatite B, eseguito dal National Institutes of Health (NIH) fu bruscamente interrotto quando si scoprì che aveva provocato gravissimi problemi al fegato di sette persone, cinque delle quali morirono e per due delle quali si rese necessario un trapianto di fegato. (3)

Insomma, lungi dal proteggerci, la sperimentazione animale ci espone a forti rischi. Oltre ai rischi diretti, come quelli appena descritti, ci sono anche rilevantii effetti indiretti.

SECONDO - Test animali fuorvianti possono indurci a scartare rimedi che sarebbero risultati benefici per l'uomo. Non è possibile quantificare quante opportunità siano andate perdute per colpa di inattendibili esperimenti sugli animali. Ma innumerevoli esempi ci dicono che per fortuna sono gli stessi ricercatori a giudicare inaffidabili i test animali.

Per esempio:

·        Un editoriale di Nature Reviews Drug Discovery (http://www.nature.com/nrd/journal/v2/n3/full/nrd1057.html) rivela che il tamoxifene, uno dei più efficaci rimedi contro alcune forme di tumori al seno è stato sul punto di essere scartato perché provocava tumori al fegato nei ratti, cosa che non succede negli esseri umani.

·        Il trattamento contro la leucemia a base di Gleevec andò quasi perduto perché determina una gravissima forma di tossicità nei cani ma non nell'uomo (4). Fortunatamente, il produttore decise di svilupparlo sulla base dei promettenti risultati ottenuti su colture cellulari umane. Come argomenta John Pippin, direttore del Physicians Committee for Responsible Medicine (PCRM): "Il Gleevec è la storia di un successo costruito sulla base di una progettazione razionale e di test realizzati con metodologie specie-specifiche, un rimedio che prolunga la vita che non sarebbe mai stato sviluppato se i risultati dei test sugli animali fossero stati presi seriamente in considerazione dai ricercatori.

·        Gli esperimenti realizzati sugli animali ritardarono l'approvazione della ciclosporina, rimedio utilizzato con successo per i disordini autoimmuni e per combattere il rigetto post trapianti d'organo (5).

·        Esperimenti realizzati sugli animali suggerivano che una perdita precoce della vista è causa di irreversibile cecità, finché un individuo cieco dalla nascita non riacquistò la vista in seguito a un'operazione per rimuovere una cataratta eseguita quand'era già in là con gli anni (6). In virtù di questa scoperta "umana", molti individui ciechi ora possono riacquistare la vista grazie a operazioni che sulla base dei precedenti esperimenti animali erano state giudicate inutili. Solo cinque dei 10.000 potenziali rimedi testati in laboratorio raggiungono lo stadio dei trial clinici sull'uomo. Molti non vanno oltre i test animali a causa di reazioni specie-specifiche.

Ma è possibile, anzi probabile che molte di queste sostanze si sarebbero rivelate straordinariamente sicure ed efficaci per l'uomo.

Domanda: Quanti esseri umani sarebbero vivi, oggi, se al posto degli animali avessimo utilizzato metodi di ricerca e sperimentazione davvero attendibili? Metodi effettivamente capaci di predire gli eventuali effetti avversi e l'efficacia dei rimedi? E' impossibile non chiederselo.

E adesso veniamo al terzo danno che ci procurano gli esperimenti sugli animali.

TERZO - Il tempo e il denaro sprecati negli esperimenti animali avrebbero potuto essere convogliati a sostegno di test specie-specifici di ben altra attendibilità. Un inattendibile modello animale di malattia può spingere i produttori di cure e trattamenti nella direzione sbagliata, con spreco di tempo e di considerevoli investimenti.
In media, una società farmaceutica spende più di 1 miliardo di dollari per portare un nuovo rimedio sul mercato. Il National Institutes of Health (NIH) americano convoglia quasi metà dei suoi finanziamenti - fino a 14,5 miliardi all'anno di tasse dei contribuenti - verso gli esperimenti animali.
I ricercatori vengono ripetutamente tratti in inganno e sospinti in vicoli ciechi da informazioni estrapolate da esperimenti animali che si rivelano, più tardi, inaccurati, insignificanti o addirittura in contrasto con la biologia umana.
Ci sono voluti più di 25 anni di fallimenti sul terreno dei vaccini contro l'AIDS perché i ricercatori cominciassero finalmente a interrogarsi sull'utilità dei primati non umani per gli esperimenti sull'HIV, e più di 30 anni perché si rendessero conto che il modello roditore del diabete è sbagliato.
Possiamo essere sicuri che le vittime della tragedia del TGN 1412 non rischieranno mai più la vita sulla base di esperimenti animali. La verità è che un test in vitro basato su colture umane avrebbe previsto gli effetti dannosi del medicamento e protetto quegli uomini (7).

Quanti altri esseri umani devono ancora soffrire e morire prima che ci rendiamo conto che se vogliamo davvero aiutare noi stessi dobbiamo eliminare alla radice la sperimentazione animale e concentrarci sullo sviluppo di metodi più efficaci basati sull'uomo?".

Bibliografia
1- Akhtar (2012) Animals and public health. Why treating animals better is critical to human welfare. Hampshire, UK: Palgrave Macmillan, p. 147-148.
2 - Allen. Of mice and men. The problems with animal testing. Slate. June 1, 2006.
3- Mckenzie, et al. Hepatic Failure and Lactic Acidosis Due to Fialuridine (FIAU), an Investigational Nucleoside Analogue for Chronic Hepatitis B. N Engl J Med 1995; 333:1099-1105.
4 - Pippin. South Texas Law Review 2013; 54: 469-511.
5 - Greek, Greek. Animal research and human disease. JAMA 2000; 283: 743-744.
6 - Ostrovsky, et al. Vision following extended congenital blindness.Psychological Science 2006; 17: 1009-1014
7 - Dhir et al. A predictive biomimetic model of cytokine release induced by TGN1412 and other therapeutic monoclonal antibodies. J. Immunotoxicol. 2012;9:34-42.
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mercoledì 15 gennaio 2014

Lettera ai parlamentari italiani dell'Associazione Movimento Antispecista in merito AI METODI SOSTITUTIVI ALLA VIVISEZIONE



Lettera ai parlamentari italiani dell'Associazione Movimento Antispecista in merito AI METODI SOSTITUTIVI ALLA VIVISEZIONE

2.5.    Lettera aperta ai Parlamentari italiani.    


Gentile Onorevole,
            la sperimentazione sugli animali non umani, come saprà, viene detta anche in riferimento ad alcuni tipi di esperimenti che procurano lesioni e dolori ad un “animale da laboratorio” (come cinicamente viene definita una “cavia”), con o senza anestesia[1]. Oppure in riferimento ad esperimenti che mirerebbero a verificare la tossicità, la nocività, o l’efficacia di svariate sostanze, dagli ingredienti chimici usati per qualsiasi prodotto, ai farmaci, alle droghe, e via dicendo. Tali esperimenti  procurano in generale la morte dei soggetti utilizzati (allevati o catturati in natura) sia sani, sia fatti ammalare appositamente per tentare di verificare l’efficacia del farmaco, di solito tra atroci dolori. Ecco perché anche questi esperimenti vengono chiamati >. A volte l’esperimento può non essere letale. Comunque, in genere il soggetto viene poi sezionato (dopo averne procurato eventualmente la morte di solito con il classico colpo alla  nuca) per prelevarne gli organi e vedere fino a che punto sono stati compromessi dalle sostanze utilizzate.
            Circa i farmaci, nel 1938 il Congresso USA autorizzò la nascita della Food and Drug Administration (F.D.A.) per mettere un minimo di controllo agli studi clinici (ossia sugli umani).  Fino ad allora, con gli studi clinici così detti “aperti”,  si poteva infatti testare liberamente su “cavie” umane, a loro insaputa, senza alcuno scopo prefissato, anche in Europa. A metà anni ’70, anche in seguito alle raccomandazioni scaturite dal processo di Norimberga[2] e altri accordi internazionali, la F.D.A. emise un codice etico (buone pratiche di laboratorio e cliniche) per testare con più serietà sugli umani, imponendo gli studi “controllati”, ove occorre dichiarare lo scopo del test di una molecola per impedire di nasconderne i risultati. Per ovviare a ciò si passò quindi ai test preventivi sugli animali non umani (i così detti “animali”) per sperimentare “liberamente”, anche se é noto che tali test non sono sufficientemente predittivi per gli esseri umani. In Europa, la prima norma che ha obbligato a sperimentare (prima) sugli “animali” risale al 1965. Da allora, i test clinici sugli umani confermano quelli pre-clinici sugli “animali”, tramite una serie di cicli, e non il contrario[3]. E’ infatti sempre necessario sperimentare sull’uomo per avere la conferma o la negazione dei risultati dei test sui non umani, con evidenze spesso diametralmente opposte.
La sperimentazione clinica sull’uomo, regolata dalla direttiva 2001/20 (buona pratica clinica) e recepita con il dlgs 24.6.2003 n. 211, stabilisce 4 fasi per il test dei farmaci sull’uomo.
La prima, su individui sani, per testare la tossicità del prodotto, deve essere effettuata con il consenso dei volontari (che spesso, nelle fasi successive alla prima, manca) pur non essendo necessario pubblicare i risultati dei test tossicologici effettuati sugli “animali”.
Le successive riguardano solo l’efficacia del farmaco, come obiettivo prioritario. In particolare, la seconda viene effettuata su pazienti ospedalizzati, e la terza su pazienti delle ASL.
La quarta corrisponde alla commercializzazione aperta del farmaco. Durante tale ultima fase (detta di “farmacovigilanza”) i medici sono invitati a fornire evidenza scritta dell’efficacia e degli eventuali effetti collaterali, cosa che purtroppo non sempre viene effettuata. Occorre notare come tali test siano assolutamente immorali quando si tratta non di debellare una nuova malattia, bensì di testare farmaci destinati a sostituire altrettanti farmaci divenuti ‘generici’ (ossia per i quali è semplicemente scaduto il brevetto e possono essere prodotti liberamente da tutte le aziende  farmaceutiche, a costi concorrenziali), in particolare se questi ultimi sono efficaci e con lievi o nulli effetti collaterali.
Tutte le fasi sono autorizzate dal Ministero della salute. Tuttavia, non sono ufficialmente effettuati specifici test per ogni tipo di “effetto collaterale”, in particolare per i più gravi, come la cancerogenesi, la tossicità genetica, quella riproduttiva, ecc.., per ovvii motivi economici (tempi troppo lunghi e costi troppo elevati) ed “etici” (difficoltà di trovare le “cavie”). Chi oserebbe infatti proporre apertamente tali test ad una persona se non come estremo rimedio? Per cui essi vengono effettuati sugli umani solo durante l’ultima fase, quando il prodotto viene liberamente commercializzato, a insaputa dei pazienti. Sulle confezioni non viene infatti mai riportato in quale “fase” il prodotto si trova[4], col risultato che il solo test preliminare per tali  effetti collaterali è quello effettuato sugli “animali”. Per quanto riguarda la tossicità riproduttiva (o teratogenesi) in ogni confezione di medicinali il foglietto illustrativo ne sconsiglia infatti quasi sempre l’utilizzo alle gestanti. Chiaramente, ciò avviene per evitare conseguenze simili a quelle del ben noto ‘Talidomide’, per cui è chiaro che all’affidabilità dei test sulle cavie non umane non ci crede nessuno. Circa la tossicità genetica e la cancerogenesi, gli effetti sono in genere così lontani nel tempo, e così confondibili con altre cause (es. dieta, sostanze chimiche, inquinamento, fumo, ecc..) che i produttori non corrono rischi, e la relativa tossicità si scoprirà solo quando sarà .. troppo tardi.
Per i prodotti chimici, il regolamento europeo REACH impone invece dal 2007 l’obbligo assurdo di testarli solo sugli “animali” (con tanti auguri per i consumatori..).
Da notare, infine, che tutti i test dei farmaci vengono effettuati dalle industrie produttrici, con rarissimi controlli da parte dello Stato. Quindi, il controllore (le industrie) controlla se stesso! Ed i risultati sono coperti dal  segreto industriale! Per tale motivo sono sempre state rifiutate dalle lobby industriali le banche dati sui risultati dei test, che faciliterebbero verifiche troppo “scomode (notare che tale emendamento, proposto di recente per il recepimento della direttiva 2010/63, è stato bocciato alla Camera!).
            In merito ai famosi “metodi alternativi (in genere non “sostitutivi”), è importante sapere che sono chiamati in tal modo anche quelli che riducono semplicemente (e non si dice di quante unità..) il numero degli “animali” utilizzati, e/o le loro sofferenze. Inclusi i metodi “in vitro”, che necessitano pur sempre dell’uccisione preventiva di “animali” per disporre dei loro organi o cellule. A meno che siano utilizzate colture di cellule animali o umane. Cosmetici inclusi, per i quali non è affatto vero che ne siano stati vietati i test sugli animali, specie per gli effetti più seri di cui sopra (cancerogenicità, tossicità riproduttiva e genetica, e tossico cinetica)[5]. Semplicemente, se sottoposte a tali test, le sostanze utilizzate per la cosmesi (ove dichiarate a tal fine!) non potranno essere commercializzate nella UE. Ma fuori, si! Inutile  quindi, anche in base alla relazione della Commissione UE del settembre 2011 sui cosmetici, sperare troppo in tali metodi per abolire la vivisezione, nonostante la propaganda sul principio delle 3R (ridurre, raffinare, sostituire) inventato nel lontano 1959 e che fino ad ora non ha prodotto che scarsissimi risultati.
Certamente, i test sugli “animali” servono! Servono a vedere “che effetto fa” una sostanza, a produrre tesi di  laurea  o pubblicazioni scientifiche per concorsi. E servono – per i farmaci - a poter poi più liberamente sperimentare sugli umani o, per i prodotti chimici, a venderli liberamente senza il rischio di richieste di danni, perché i test così effettuati sono considerati “necessari e sufficienti”.
Ma non servono certo a sostituire i test sui “consumatori finali”. Lo affermano anche prestigiose riviste scientifiche internazionali, quali il British Medical Journal (2004), Nature (2005), Sapere (2006) e persino il National Research Council degli U.S.A. (2007), ed esperti come il Prof. Thomas Hartung, già direttore dell’ECVAM[6].     
            La sperimentazione sugli animali di farmaci e sostanze chimiche ‘copre’ pertanto un gravissimo problema scientifico ed etico! Non solo il test sugli “animali” non è risolutivo (anzi, di norma è fuorviante), e causa enormi sofferenze, perdita di vite, tempo e denaro, ma autorizza a sperimentare poi sulle persone  anche prodotti inutili o superflui (magari inventati al solo scopo di ottenere nuovi brevetti farmaceutici per altri decenni, come sopra accennato), o a non testare affatto sugli umani, come per le sostanze che assumiamo nei cibi, nelle bevande, nell’aria che respiriamo, o le onde elettromagnetiche dei cellulari, ecc.. Con i risultati che ognuno di noi può immaginare. 
            Tuttavia, la vivisezione in Europa, e quindi anche in Italia, è obbligatoria per tutte le sostanze e i prodotti che possono interferire con la salute dell’uomo. L’art. 117 della nostra Costituzione, nel definire la potestà legislativa dello Stato e delle Regioni, riconosce in primis i vincoli derivanti dalle normative europee. A livello nazionale - in tema di legislazione concorrente con le Regioni – ed in particolare per quanto riguarda la ricerca scientifica e tecnologica, spetta inoltre allo Stato la determinazione dei “principi fondamentali”. Nel caso della vivisezione, pertanto, le direttive ed i regolamenti suddetti sono inderogabili per l’Italia, salvo eccezioni ammesse dalle stesse normative, ed anche le Regioni devono sottostarvi. Inutile quindi chiedere l’abolizione “tout court” della vivisezione. Al massimo si sarebbero potute mantenere le norme (tutte) previste dalla nostra legislazione (dlgs 116/92, legge 281/91, e legge 413/93) dato che la nuova direttiva 2010/63 all’art. 2 (Misure più restrittive) lo consente. Anche se in ritardo (bisognava dirlo entro il 2012), lo avremmo potuto certo pretendere. Queste avrebbe permesso al nostro Paese di mantenere un notevole grado di autonomia legislativa in materia. Tali misure “più restrittive” sono rappresentate nel dlgs 116/92 dagli artt. 3.2; 4.3; 4.4; 8; 9; 17; e 18. Bastava incorporarle nella nuova norma di recepimento della direttiva 2010/63, ed applicarle non rinnovando le autorizzazioni di solito concesse (es. esperimenti su cani, gatti e primati, didattica, assenza di anestesia, ecc.). Senza far passare in Parlamento emendamenti fuorvianti e peggiorativi (v. l’autorizzazione a sperimentare su cani, gatti  e primati “per la salute dell’uomo”, e la “formazione di medici e veterinari” prevista  nella didattica). Il nulla osta del Ministero della Salute e dell’I.S.S. o altri istituti, richiesti per tali autorizzazioni negli emendamenti suddetti e nella bozza di decreto legislativo del Governo a fine 2013, non potrebbero infatti essere mai negati ove gli scopi fossero quelli sopra dichiarati. Un’osservazione particolare merita peraltro la legge 413/93 sull’obiezione di coscienza, che andrebbe inclusa nelle nuova legge nazionale sulla vivisezione, ovvero richiamata nella stessa, e che rischia di costituire un possibile elemento di discriminazione nel mercato del lavoro, specie se invocata successivamente all’assunzione o all’iscrizione a corsi didattici di qualsiasi livello. Per cui tali aspetti andrebbero meglio tutelati.

            Occorre quindi rendere decisamente ‘etica’ la produzione di tutto ciò che possa nuocere e che debba essere sottoposto a test di tossicità e/o efficacia nel campo dei farmaci e delle sostanze chimiche, o in altri campi correlati, al di là dei ‘quantitativi’ di produzione. Questo obiettivo potrà esser raggiunto solo gradualmente, stante le normative UE in vigore. Nell’immediato è tuttavia possibile dare il via a tale processo varando alcune fondamentali norme, che qui suggeriamo, non in contrasto con quanto ammesso dalla direttiva 2010/63, e quindi non suscettibili di ricorso alla Corte di Giustizia della UE:
-        Effettuazione dei test clinici per tutti i farmaci destinati agli umani su ‘volontari’  effettivamente ‘informati’ in tutte le fasi (oltre la prima, per la quale la richiesta del consenso informato è  rispettata, dato i rischi che si corrono) previste oggi per tale  sperimentazione, sotto il controllo dei Comitati etici. (A tal fine sarebbe sufficiente inserire l’indicazione della “fase” - con gli estremi dell’autorizzazione ministeriale e la relativa data di inizio e termine, in chiaro - sulle confezioni dei prodotti, in modo che i cittadini siano palesemente informati del fatto che il prodotto è distribuito in via sperimentale, e dei rischi che quindi corrono nell’assumerlo, e possano scegliere liberamente). A tale provvedimento occorrerebbe poi aggiungere la possibilità di una effettiva ‘farmacovigilanza’ tramite la raccolta obbligatoria degli effetti collaterali e dell’efficacia del farmaco, come peraltro previsto recentemente dalla UE ma non ancora messo in pratica. Inoltre, occorrerebbe, come avviene per i donatori di sangue, concedere ai volontari un riconoscimento ‘morale’ particolare ( quindi non in denaro, così come previsto oggi dalla relativa normativa).
Assurdo, come si è sentito proporre recentemente, stampare sulla scatola ‘prodotto testato sugli animali’ per magnificare il contributo (per nulla garantista) a loro imposto! In realtà, è sugli umani (nelle fasi suddette) che oggi è e sarà effettuato il vero test. Il sistema  andrebbe esteso anche alle sostanze chimiche, per le quali sulla confezione del prodotto andrebbe (allora sì) riportata (in attesa che vengano resi obbligatori i test clinici!)  la dicitura ‘Prodotto testato (solo) su animali’. Per inviare al consumatore un chiaro messaggio: ‘attenzione: il prodotto non è stato testato clinicamente!’. (Le normative europee non lo vietano!). Tale approccio eliminerebbe col tempo i test pre-clinici sugli ‘animali’, in quanto saranno le industrie stesse a richiederlo, non ritenendo opportuno sostenere costi inutili (gli USA stanno infatti procedendo speditamente nella loro campagna anti-REACH proprio per tali motivi). In tal modo si ridurrà altresì la produzione di farmaci ‘successori’ dei generici, e di farmaci, sostanze o prodotti inutili, per scelta dei consumatori, dando modo alle industrie di riconvertirsi adattandosi gradualmente a nuovi metodi sostitutivi.    
-        Divieto assoluto dei test pre-clinici per i cosmetici. L’Italia può vietare da subito tali test, anche se  dopo l’11 marzo 2013 sono limitati a quelli relativi alla cancerogenicità, tossicità riproduttiva e genetica e tossicocinetica[7], in quanto la direttiva 2010/63 non si applica a tale categoria di sostanze (v. art. 1 della direttiva 210/63) e la nostra legislazione lo consente (dlgs 116/92, art. 18 comma 3).
-        Obbligatorietà dei metodi alternativi e sostitutivi già validati dall’EURL ECVAM e OCSE. Nella direttiva 2010/63 (art. 13) non è espresso chiaramente tale obbligo (bensì solo una raccomandazione), ma nemmeno il divieto di renderli obbligatori. Nello stesso articolo è inoltre permesso agli Stati membri di rinunciare ad ‘alcuni metodi’ (non ben specificati!) sulla base della legislazione nazionale. Basterebbe quindi inserire che l’Italia vieta tale possibilità ove tali metodi siano ‘più restrittivi’ di quelli previsti dalla legislazione UE e internazionale.
-        Potenziamento della ricerca di metodi sostitutivi[8]  tagliando parallelamente i finanziamenti a quelli che utilizzano ‘animali’. Senza tale provvedimento, non sarà mai possibile superare la sperimentazione animale.
-        Nell’immediato, peraltro, con riferimento alla procedura di controllo prevista dall’art. 76 della Costituzione (parere delle Commissioni Permanenti interessate) sulla bozza di decreto legislativo emesso dal Governo in applicazione dell’art. 13 della legge delega 96/2013, riguardante il recepimento della direttiva 2010/63, si auspica la massima fermezza delle suddette Commissioni nel controllo dei principi e dei criteri direttivi emessi al riguardo dalle Camere, senza con ciò entrare nel merito degli stessi in quanto già oggetto di precedente esame e votazione democraticamente espressa.

            E’ chiaro, a questo punto, il motivo per il quale si  protesta contro la vivisezione e anche contro la direttiva 2010/63, la quale, paradossalmente, anziché  stabilire rigide misure protezionistiche (pur sempre nell’ambito di una  pratica immorale) detta addirittura i fini ‘ammessi’ per la vivisezione, rendendoli un ‘diritto’ per i ricercatori! In tal modo, oltre a violare numerosi principi stabiliti dal Trattato sul Funzionamento della UE in merito alla ricerca scientifica e la salute dei cittadini (non certo tutelate dai test pre-clinici) viola anche la libertà di decidere democraticamente a livello nazionale in merito ad argomenti di carattere etico, tema non di esclusiva competenza dell’Unione Europea. Non solo, ma all’articolo 2 impedisce, come sopra accennato, di adottare a livello nazionale “misure più restrittive” a favore degli “animali” se non già in vigore al 9 novembre 2010, contraddicendo quanto a tale proposito stabilito dalla  precedente direttiva 86/609 e la propria finalità di norma “protezionistica”.

Pertanto andrebbe impugnata davanti alla Corte di Giustizia UE del Lussemburgo da parte del Governo, unica Istituzione abilitata dalla UE a tale procedimento.

Un documento analitico a tale proposito è pubblicato sul sito www.antispec.org > Iniziative legislative > Critica della direttiva 2010/63. Le proteste in corso da anni contro gli stabilimenti allevatori, fornitori ed utilizzatori facenti parte della “filiera” vivisezionista (Green Hill, Harlan, ecc.) sono oggi peraltro un chiaro sintomo dell’esasperazione di gran parte della popolazione ormai conscia del fatto che la sperimentazione sugli animali non umani e umani (e a loro insaputa) andrà avanti per sempre se non si interviene affinché il guadagno non sia anteposto ad una ricerca veramente scientifica ed etica. Quella stessa etica suggerita non da emotività o buonismo ‘animalista’ bensì dalle conoscenze di campi della scienza stessa quali  l’etologia e la zoo-biologia. Queste ultime hanno rivelato come gli animali non umani siano esseri coscienti e sensibili (ossia senzienti), e di conseguenza non possano più essere trattati come ‘oggetti’ anche dalle altre branche della scienza, quale la ricerca biomedica, a scapito di essere tacciata di ‘oscurantismo’. Di questo la politica deve farsi carico, e porre tutti gli ostacoli possibili allo sfruttamento di umani e non umani, accelerando di conseguenza tale processo di conversione.

Massimo Terrile[9]

8 gennaio 2014.


[1] Es. l’uso dei maiali per le esercitazioni di laparoscopia, largamente in uso.
[2] V. Allegato n. 4.4.
[3] Cfr.: Philippe Pignarre: Le gran secret de l’industrie pharmaceutique; Paris, La Découverte, 2004.
[4] Come invece occorrerebbe scrivere sulla confezione per dar modo ai cittadini di esserne informati.
[5] V. Direttiva 2003/15 e Regolamento 1223/2009 in : ‘Cosmetici: luci ed ombre’, Allegato n. 4.5.
[7] V. Allegato n. 4.5.
[8] Cfr.: Stefano Cagno in ‘Scienza e Farmaci’, 24/12/013: Le contro risposte degli abolizionisti a Garattini ..
[9] V. Biografie autori.