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domenica 16 aprile 2017

L'introduzione del prof. Fabio Minazzi, particolarmente utile per capire quale sia il rapporto tra filosofia della città  e civiltà.


Il filosofo e la città: quale civiltà?

Sull’ottavo seminario del progetto dei Giovani Pensatori

Fin dalle sue origini greche il dialogo non costituisce solo un modo con cui il discorso filosofico può organizzarsi ed esprimersi, ma costituisce anche la modalità privilegiata di questo discorso. Per quale motivo? Perché la riflessione filosofica non scaturisce mai da una scelta anacoretica, da un isolamento dal contesto sociale e civile, perché, al contrario, nasce da un confronto diretto con il proprio tempo e con la propria società. La filosofa non si origina da un discorso chiuso in se stesso, ma si genera pubblicamente dalla conversazione, dalla discussione, grazie ad un domandare e un rispondere tra persone associate da un comune interesse di ricerca e riflessione. Non a caso la filosofia non è nata nel chiuso delle aule universitarie, ma si è invece delineata nello spazio pubblico dell’agorà dove qualunque cittadino interessato poteva ascoltare ed eventualmente interloquire entro un dialogo comune e pubblico.
Platone ha fatto di questo carattere pubblico ed associato della ricerca filosofica un modello esemplare, esprimendo anche una diffidenza specifica nei confronti dei discorsi scritti, sia perché questi ultimi non rispondono a chi li interroga, sia anche perché questi discorsi non scelgono i propri interlocutori (Fedro, 275 c). Del resto uno dei padri riconosciuti della tradizione filosofica occidentale, Socrate l’ateniese, aveva scelto, deliberatamente, di non scrivere nulla, concentrando tutta la sua attività nella conversazione pubblica con amici e discepoli, una conversazione che si svolgeva spesso sotto un platano in prossimità di un fiume, ma che assai agevolmente poteva anche coinvolgere, sempre in forma pubblica e trasparente, qualunque suo concittadino. I celebri dialoghi socratici di Platone testimoniano, appunto, di questa straordinaria oralità dialogica della ricerca filosofica di Socrate e ci restituiscono anche la funzione civile e sociale di un filosofo che, con le sue domande e la sua incessante ricerca, attribuiva a se stesso il ruolo civile di saper pungolare e svegliare, alla riflessione critica, i propri cittadini, paragonandosi ad una mosca tze-tze oppure ad una murena che trasmette, a chi la tocca, una flebile scarica elettrica. Si sa, del resto, come questa coraggiosa prassi socratica dell’interrogazione filosofica e civile sia andata a finire, perché i suoi concittadini ateniesi hanno ripagato il loro primo e più acuto pensatore non con onori e premi, bensì con la cicuta. Il che, tra l’altro, non ci deve mai far dimenticare che fu l’Atene democratica a condannare a morte il suo primo e più importante filosofo, proprio perché la libera e critica ricerca filosofica – nel rigore del suo stesso interrogare il proprio tempo e i propri concittadini – finisce, inevitabilmente, per porre domande che i più, invece, non vorrebbero né conoscere, né sollevare.
In ogni caso la forma intrinsecamente dialogica ha poi costituito un punto di riferimento della ricerca filosofica, proprio perché quest’ultima procede sempre attraverso la discussione delle tesi altrui e il confrontoche può anche diventare polemica incessantecon i vari e differenti indirizzi di pensiero. Il che avviene proprio perché il confronto critico con posizioni diverse e contrastanti implica una tolleranza attiva, costruttiva e positiva, attraverso la quale gli altri punti di vista ricevono pari legittimità, anche nello sforzo di poterli intendere nelle loro proprie ed autonome argomentazioni.
In tal modo lo stile filosofico del confronto e della discussione critica costituisce un modello culturale di riferimento e un’acquisizione fondamentale della stessa  civiltà occidentale, la quale non può non costruirsi entro una società aperta in cui le differenti posizioni devono sempre potersi confrontare e misurare, sapendo che ciò che più conta non sono mai le differenti tesi, quanto gli argomenti per mezzo dei quali quelle stesse tesi vengono argomentate, presentate e motivate. Il che costituisce anche un buon modello positivo di civiltà (ed anche di cittadinanza) perché la storia del pensiero occidentale, dalla Grecia classica ad oggi, si è sviluppato attraverso una complessa, ma continua, rielaborazione critica di differenti tradizioni culturali (ed anche di civiltà), che ha favorito una profonda contaminazione critica e l’esigenza di una rielaborazione originale di elementi spesso eterogenei e persino contrastanti. Esattamente entro questo delicato ed assai prezioso spazio di civiltà e di pubblica riflessione critica è nata la filosofia, la quale dona ad ogni disciplina quella specifica forma mentis in virtù della quale si può cogliere, anche di primo acchito, la differenza che sempre intercorre tra il mero erudito, il tecnico banausico e l’autentico pensatore che sa essere Maestro di vita e civiltà.

Fabio Minazzi
Ordinario di Filosofa della scienza
Università dell’Insubria Varese-Como 
Direttore del Centro Internazionale Insubrico "Carlo Cattaneo" e "Giulio Preti"

domenica 5 ottobre 2014

UNA PIANTA CON FRUTTI SPARSI D'APPERTUTTO

Una pianta che era fiorita tante volte nei cuori e nelle menti


...Furono tante le ere dell'animalismo. Si passò da uno stato di grazia ad uno stato di lotta. E poi, a ritmi alterni, da una fase di protezione ad una fase di cura e attenzione. Si passò per la pace e la spiritualità, per la guerra e la violenza, per la filosofia e la poesia. Ma fu solo dopo,molto dopo,quando l'animalismo divenne adulto, quando arrivò a toccare il cielo oltrepassando i suoi stessi confini, che gli umani, finalmente, cominciarono a sentirsi anche loro animali.. L'animalismo, a quel punto, era una pianta talmente alta che non se ne vedeva più la cima. Una pianta che era fiorita tante volte nei cuori e nelle menti di tanti attivisti per la liberazione animale. Quel giorni, finalmente, la pianta diede i suoi frutti. Erano dappertutto: invitanti, colorati, succosi e profumati. E i loro semi, questa volta diedero origine all'antispecismo.... Da "Futuro antispecista cercasi" di Troglodita Tribe.
Mercoledì 8 ottobre 2014 alle ore 17.45, presso lo spazio Scopricoop via Daverio 44 Varese, i Troglodita Tribe saranno presenti, per discutere le tematiche, ancora poco conosciute, legate alla convivenza con gli altri animali. Il dialogo continua dalle ore 20:30 durante l’apericena presso il ristorante vegano "Nutrymento" via Cavour 38 Varese.


martedì 6 agosto 2013

LIBERTA' PER TUTTI GLI ESSERI SENZIENTI? POSSIAMO FARCELA, MA CON UNA NUOVA CONSAPEVOLEZZA

LA LIBERTA' E UN DIRITTO PREESISTENTE
PER TUTTE LE CREATURE DELLA TERRA?


COME VORREI CHE FOSSE COSI'

Però i "diritti" non sono particelle preesistenti che volano nell'aria o che fanno parte della "natura" (visione medievale, ancora persistente nella nostra cultura specista) e di cui noi ce ne possiamo appropriare quando e se lo vogliamo. Quindi le didascalie che appaiono sulla FOTO DI CAVALLI liberi nel post di AnimAnimale in FB devono essere lette nel contesto del nostro mondo e non mischiare: la luce del sole, il soffio del vento, il profumo dell'erba, che sono tutti fenomeni o effetti naturali, con la libertà. Questa è invece una concezione tutta umana che in una prospettiva filosofica antropocentrica (quella attualmente in maggioranza tra gli umani) è attribuita da chi è al potere, a sé e ai propri alleati ma non ad altri, specialmente se questi altri sono animali non umani. 

Io ho sempre pensato che i DIRITTI, come quello alla LIBERTA', sono CONQUISTE UMANE che persone sensibili alla vita e all'ambiente come alcuni poeti, letterati, filosofi, psicologi, giuristi ed altri, hanno ottenuto, spesso con lotte  improbe ma partecipate, contro i POCHI UMANI CHE DETENGONO IL POTERE, gli stessi che lasciano cadere a loro piacimento, di tanto in tanto, briciole filantropiche, (vedi i Rockfeller, Mardoc, tutti i grandi dell'informatica, delle banche e della finanza, Berlusconi, i capi delle religiosi monoteistiche ebraica, cristiana, islamica e le loro conseguenti sette, oltre agli altri 150 uomini e donne  detentori del potere economico e politico del pianeta). Se non si capisce  questo si continuerà a rendere inefficaci gli sforzi di animalisti e antispecisti  nella conquista, mai definitiva,  dei diritti fondamentali per gli altri esseri senzienti e per quegli umani che sono costretti a rimanere nelle sacche di povertà, oppressione, schiavismo, sfruttamento e specismo volute dai potenti del mondo. La cultura interspecifica che questi "grandi criminali" se ne sono guardati bene dal fornirci non può espandersi solo descrivendo sia pure giustamente attraverso la denuncia letteraria o la vana speranza di un dio reggitore di giustizia in questo mondo. La cultura interspecifica e l'attivazione di sentimenti sopiti in ciascuno della grande maggioranza umana costituiscono due vie valide da percorrere per potere allargare, e non perdere, la sfera dei diritti  umani e non umani relativi alla vita alla dignità al benessere, alla felicità e ricominciare a vivere in un mondo terreno migliore. E non dimentichiamo mai che queste vie non sono percorribili liberamente ma sono costellate di ostacoli e limiti voluti dai potenti, come è stato ben descritto nel testo del libro "Altri Versi - Sinfonia per gli Animali a 26 voci" - Sonda editore,  di cui consiglio la lettura a tutti coloro che vorranno ampliare le loro conoscenze, al di la dei dogmi, e sviluppare i propri sentimenti in senso solidale.

martedì 7 agosto 2012

PERCHE' PENSIAMO ALLA NOSTRA INDIVIDUALITA' COME A UN CORPO E UN'ANIMA? CE LO SPIEGA IL FILOSOFO GALIMBERTI



Lezione magistrale (40 minuti eccezionali): IL CORPO.

NON OCCORRE AVER STUDIATO FILOSOFIA
 Occorre solo ascoltare!


 Il più bel discorso che abbia mai sentito. Se si ascolta (ascoltabile solo fino al 19 agosto prossimo)  si capisce perche viviamo e pensiamo in questo modo. 
Riscopriamo la vita! E scopriamo chi ci ha educato ingannandoci e perché ci hanno fatto pesare e comportare nel modo in cui pensiamo e viviamo oggi. Qualcuno  (più di uno), per oltre 2000 anni ha deciso "le idee" e ha inventato "l'anima" per noi: sono stati tutti coloro che hanno gestito il potere laico e religioso. 
Invio del link al festivalfilosofia: 
http://www.festivalfilosofia.it/2012/?mod=video&id=6106

posizionatevi quindi sotto il video principale di Mauro Carbone, e cercate sui video piccolo sottostanti

Umberto Galimberti

Corpo

cliccate con il mouse per avviare la lezione di Galimberti

La parziale risposta ad una delle due domande alla fine del videdo data dal Prof. Umberto Galimberti, docente di filosofia della storia all'università di Venezia.
".... Se manca la risposta al "perché si vive", ovvero non si riesce a capire il "senso della vita", secondo la cultura delle "radici cristiane" siamo in un periodo triste della nostra storia contraddistinto con il termine di "nichilismo"...."

E questo è il mio pensiero che vorrebbe integrare quello del prof.Galimberti

Ma se NON manca e COME E' VERO CHE NON MANCA, il fine O SENSO DELLA VITA può essere per tutti la "Ricerca della Felicità" in questo UNICO MONDO REALE  (MA IL CONCETTO DI FELICITA' NON E' E NON PUO ESSERE PRESENTE NEL LINGUAGGIO TEOLOGICO ED E' PER QUESTO CHE NON CI HANNO ABITUATO A PENSARLO).
Se si cerca la FELICITA' bisogna necessariamente Conoscere la realtà (il mondo) e Riflettere su ogni scoperta e Lasciar scorrere i nostri sentimenti sui rapporti della vita: "rapporto corpo-mondo" e quindi sul "rapporto tra esseri viventi: uomo-ambiente, uomo-animali".

domenica 1 luglio 2012

Jean-Jacques Rousseau. A lui dobbiamo la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, l’abolizione della schiavitù, il suffragio universale, lo stato sociale e quel poco di uguaglianza che ancora ci rimane

Guarda il bel video della RSI (Radio Svizzera italiana)

www.galileo.it
Rousseau, trecento anni ma non li dimostra
di Maria Cristina Marcucci | Pubblicato il 28 Giugno 2012 15:10 

Nell’epoca delle interpretazioni, ai fatti si sono sostituite le parole, e, soprattutto, l’interpretazione delle parole stesse. Si sa quanto le parole possano essere pericolose, portare a pensieri politicamente scorretti, occorre quindi assai spesso farle dimenticare, celarle, sminuirle, seppellirle sotto macerie di parole altre, oppure, quando questo risulta poco possibile - o poco opportuno - affrettarsi ad interpretarle. Generalmente le interpretazioni appaiono assai più sofisticate e fumose del testo originale, tese come sono a garantirsi autorevolezza attraverso dotte citazioni e l’uso di termini desueti, per i quali il lettore/ascoltatore deve forzare, spesso inutilmente, la memoria, o rimanere in ammirata incertezza fidando nell’affidabilità - più spesso nella notorietà - di colui che interpreta.
Se un lettore interessato, colto ma che poco o nulla ricorda dell’opera di Jean-Jacques Rousseau dai più o meno lontani studi adolescenziali volesse informarsi riguardo all’opera del filosofo ginevrino, si troverebbe a leggere, con tutta probabilità, che il suo pensiero viene considerato una delle fonti dei totalitarismi contemporanei, comunista e nazista in primis.
Questa interpretazione viene da lontano: da Condorcet attraverso Isaiah Berlin giunge fino ai nostri giorni. Gli scritti di Rousseau, ci viene spiegato, hanno ai suoi tempi eccitato le masse borghesi e popolari e portato alle "nefaste" conseguenze della Rivoluzione Francese. E pure, attraverso il pensiero di Marx, alla Rivoluzione d’Ottobre, si spinge ad affermare qualcuno. Hanno messo in crisi i valori "moderati" della religione e della tradizione e sostituito una nuova concezione dell’esistenza a quella cristiana.
È pur vero che hanno ispirato la Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo, ma, fanno intendere molti dei nostri interpreti, non è il caso di esagerare: in fondo, l’alfiere del nazionalismo liberale Alexis de Tocqueville, non considerava massimamente pericolosa l’idea che "…ogni individuo e per estensione ogni popolo, ha il diritto di guidare le proprie azioni…"?
E cosa c’è al giorno d’oggi di più indiscusso e politicamente corretto della parola "liberale"- con quel suo assonante richiamo alla felicità, alla libertà - in (quasi) tutte le sue ormai infinite declinazioni ed accezioni, e di Tocqueville in particolare?
Inoltre, si affrettano a farci sapere i siti online di ispirazione religiosa, Rousseau era un tipo strano, un disadattato dalla vita privata disordinata e dai molti figli illegittimi tutti abbandonati ai Trovatelli, nonostante una delle sue opere più famose fosse proprio quell’"Emilio" in cui vagheggiava l’educazione del fanciullo come sviluppo spontaneo e conquista della libertà della persona. Per non parlare del suo massimo peccato, quel suo giusnaturalismo tanto estremo da sfociare in "democrazia totalitaria", nell’idea nefasta ed illiberale che il potere debba ad ogni costo rimanere nelle mani del popolo tutto. Una vera e propria religione di Stato, ad opporsi a quella Unica e Vera, con quelle festività civili ormai tanto inutili, anzi, deleterie, perché si deve produrre, produrre e produrre.
Questa è, grosso modo, l’interpretazione del pensiero di Rousseau che oggi va per la maggiore, quella che il lettore troverà più facilmente e frequentemente ove volesse, in questo trecentesimo anniversario della nascita (28 giugno 1712), informarsi riguardo la vita ed il lavoro del filosofo ginevrino.
Ma ci sarebbe un’altra strada.
Rousseau è uno scrittore splendido. Il suo romanzo Giulia o la nuova Eloisa, fu un best seller del tempo e le godevolissime Confessioni un ritratto intimo del loro Autore ed un impietoso affresco del la società dell’Età dei Lumi e di tutte le sue componenti sociali alle soglie della Rivoluzione, tanto vivo da fare invidia al genio di uno Sterne o uno Smollett. Non temiamo quindi di avvicinarci direttamente alla sua opera ed andiamo a cercarla in biblioteca o in libreria. La lettura diretta dei suoi capolavori, il Discorso sulle origini ed i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini (1754), e del Contratto Sociale (1772), ci renderà conto della strumentalità di ogni interpretazione.
All’origine di tutta l’infelicità dei singoli e dei popoli, congettura Rousseau, sta la disuguaglianza tra gli uomini. Non tanto quella stabilita dalla natura, che pure esiste, ma quella procurata dalla società. Il formarsi della società civile ha imprigionato l’individuo - in origine libero e felice perché di nulla abbisognava che non potesse facilmente procurarsi e di questo si accontentava - in una rete di lacci e laccioli che, a cominciare da quell’appropriazione indebita di bene comune che è la proprietà privata, lo hanno precipitato in uno stato innaturale di dominio dell’uomo sull’uomo.
Il problema della libertà dell’individuo è quindi posto dal Ginevrino in rapporto all’appartenenza di questo alla società civile e perciò in rapporto all’autorità. Per cercare di ripristinare la libertà e l’uguaglianza tra gli uomini e correggere per quanto possibile sia le disuguaglianze naturali sia quelle sorte all’interno della consesso sociale ad opera della corruzione, delle ingiustizie, del dominio dell’uomo sull’uomo, è necessario che gli individui si uniscano volontariamente e liberamente in una forma di associazione che difenda e protegga la persona, la libertà ed i beni di ciascun associato. Un corpo morale composto da tanti membri quanti sono i voti dell’assemblea. Lo stato risulta così formato dalla volontà di tutti gli individui che lo compongono e non può avere interessi contrari ai loro. Dove la natura o la civiltà siano state ingiuste, lo stato sociale di Rousseau interviene a correggere, perché tutti possano godere delle medesime possibilità e si attui una autentica uguaglianza politica. Ciascuno, unendosi a tutti, non ubbidisce che a sé stesso e resta libero. Alla volontà generale spetta la sovranità, che, a differenza di quanto teorizzato dal giusnaturalismo di Hobbes, Grotius e Pufendorf, non può in alcun caso essere alienata a favore di un individuo (il Sovrano) o di un gruppo (il Governo), perché entrambi hanno la tendenza a degenerare, abusando del proprio potere. Il rifiuto sia del sistema assolutistico, sia di quello rappresentativo, seppure liberamente scelti dal popolo tutto, è costante: la sovranità spetta esclusivamente alla volontà generale e non può in alcun caso essere alienata. L’identità tra Stato e popolo appare completa: "… un atto di sovranità non è una convenzione tra superiore e inferiore, ma una convenzione tra il corpo e ciascuno dei suoi membri; convenzione legittima, perché ha per base il contratto sociale; giusta, perché è comune a tutti".
Gli oppositori dell’Illuminismo e dell’ordine sociale e culturale uscito dalle idee dell’Età dei Lumi si misero immediatamente in moto, con virulenza. Con estrema virulenza agiscono anche in questi nostri anni, in cui il potere, al popolo, sta sfuggendo sempre più di mano. Sebbene la comunità sia in questi nostri tempi assai più consapevole, colta ed educata di quanto ai tempi di Rousseau si potesse anche solo sperare, la sua partecipazione diretta alla gestione dello stato viene ogni giorno depotenziata. L’estensione e la popolosità degli stati moderni ci hanno prescritto una democrazia rappresentativa che come sappiamo Rousseau non amava e la cui degenerazione pare dargli ragione: i candidati alle elezioni vengono prescelti in altro luogo e viene creata loro ad arte una immagine fittizia, fondamentale per convincerci a votarli "liberamente". Nei momenti più sensibili della nostra storia recente vengono nominati governi che mantengono solo nominalmente legami con il cosiddetto "popolo sovrano" e che nei fatti hanno prerogative sia legislative sia esecutive. Eppure, "… non è bene che colui che fa le leggi dia loro esecuzione né che il popolo distragga la sua attenzione dalle considerazioni generali per dedicarla ad oggetti particolari …" perché "nulla è più pericoloso dell’influenza degli interessi privati sugli affari pubblici…" recita il Contratto sociale.
Obnubilati dalla propaganda del politicamente corretto, distratti dai problemi della finanza globale, in nome di una carità che nasconde ben diversi e prosaici fini e di una parola “libertà” mai così ossessivamente evocata, stiamo abituandoci a convivere, sui nostri mari, sulle nostre strade, nei nostri luoghi di lavoro, persino con quella che Rousseau considerava la massima aberrazione della società civile: il dominio dell’uomo sull’uomo, qualcosa che assomiglia troppo al traffico degli esseri umani, alla schiavitù.
Se "per libera scelta", tutti si affannano a convincerci, perché un popolo non potrebbe consegnarsi ad una teocrazia, ad un governo "illuminato", "moderato", che si occuperà del bene di coloro che in fondo neppure sanno quale sia in realtà il proprio bene?
Se lo scelgo liberamente (liberamente?), perché non consegnarmi a chi in cambio della libertà potrebbe garantirmi in qual che modo una vita più agiata?
Perché liberamente (liberamente?) non potrei vendere una parte del mio corpo, la mia stessa vita … vendere, vendere, comprare, "liberamente".
Certo, a confronto con tutte queste fantomatiche "libertà", Rousseau ci appare assai illiberale. No, il popolo non può, l’individuo non può, ad ogni costo, al di là di ogni contraria apparenza, alienare da sé la sovranità generale. La Monarchia diviene assai spesso assoluta, il Governo “si restringe quando passa dalla maggioranza alla minoranza” e prima o poi rompe il patto sociale.
I problemi che Rousseau ci pone sono enormi, e più che mai attuali. Le contraddizioni insite nel suo pensiero, analizzate con il senno di poi ed immersi come siamo in uno spirito del tempo che ci guida verso lidi assai differenti, ci paiono a volte macroscopiche. Ma non guardiamo il dito al posto della luna: a queste idee dobbiamo, tra le molte cose, la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, l’abolizione della schiavitù, il suffragio universale, lo stato sociale e quel poco di uguaglianza che ancora ci rimane.
Dobbiamo fare attenzione, da secoli c’è chi lavora per renderci queste conquiste irrilevanti, in nome della "libertà". Per questo oggi facciamoci un regalo e lasciamo perdere le interpretazioni, compresa questa mia: leggiamo il Discorso sull’origine ed i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini, leggiamo il Contratto sociale, e lasciamo parlare Jean-Jacques Rousseau.

Nell'immagine: il frontespizio del Discorso sull'origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini. Credit: Wikipedia
Maria Cristina Marcucci è pedagogista e insegnante e cura la rubrica “Rileggiamoli” su Sapere. Ecco come abbonarsi alla rivista. 

lunedì 7 novembre 2011